Una vittoria che parte da lontano: così Le Pen ha conquistato la Francia

Marine Le Pen
Marine Le Pen

Il trionfo del Fronte Nazionale era annunciato: Marine Le Pen coltiva da anni la sua candidatura alle presidenziali e ha avviato, nel tempo, una mutazione genetica del proprio partito, bandendo in modo radicale qualsiasi impostazione culturale nostalgica, qualsiasi orpello dogmatico degli anni passati.

Il parricidio che si è consumato oltralpe ha regalato alla platea elettorale una forza aggressivamente repubblicana, capace di cavalcare il mito della grandeur blandendo un nazionalismo mai sopito. Il vecchio Fronte, per intenderci, era un partito gravido di contraddizioni, che da un lato si batteva per l’Algeria francese e dall’altro voleva misconoscere l’identità nazionale dei mussulmani acquisiti. Una forza costretta in un angolo dagli eredi di De Gaulle, più credibili sotto il profilo istituzionale e storicamente immacolati a fronte dell’esperienza di Vichy.

La nuova presidenza, utilizzando un lessico aspramente populista, è riuscita a ribaltare i vecchi paradigmi, ponendosi in antitesi al Moloch europeo e declinando la sfida della globalizzazione come una forza social-rivoluzionaria, sulla falsariga della demagogia di Porto Alegre. Il no alla moneta unica, il no ai banchieri di Bruxelles, il no a Schengen sono soltanto le manifestazioni visibili di questa trasformazione, quelle che cogliamo alle nostre latitudini grazie allo scimmiottamento salviniano.

Notare oggi, sulla scia dei ragionamenti espressi da tanti editorialisti, come il Fronte sia stato agevolato dagli attentati del 13 novembre, vuol dire prendere lucciole per lanterne, mischiare le carte sino a fare confusione. Le Pen s’insinua nella debolezza dei partiti tradizionali, laddove i socialisti hanno dimostrato inattitudine al governo e i gollisti hanno ripescato il sarcofago di Sarkozy.

Sul primo dato, in particolare, vorrei porre l’accento, perché Hollande – dopo aver fatto la guerra ai ricchi litigando con Gerard Depardieu e con tutti i suoi compari – ha corretto il tiro, modificando nettamente le direttrici dell’Eliseo e spalleggiando Valls nel suo percorso blairiano di riforme. Così facendo gli elettori moderati, quelli che rifiutano l’appartenenza militante, sono rimasti più confusi che persuasi dalla schizofrenia presidenziale, volgendo lo sguardo alle altre offerte dell’agone politico.

Offerte non esattamente entusiasmanti, se è vero che ha acquisito nuova credibilità perfino l’artefice del guazzabuglio libico, il marito di Carlà, l’uomo che imbastì l’operazione militare contro Gheddafi quando il rais di Tripoli era ormai ammansito dal tempo e dalle aperture euro-americane.

La ditta lepeniana, composta dalla ghibellina Marine e dalla guelfa Marion, è stata formidabile sotto il profilo comunicativo, rielaborando – in chiave semplicistica – qualche tema di Alain Finkielkraut e qualche intuizione di Alain De Benoist, padri putativi solo sulla carta.

Il resto – l’ombra degli attentati, la paura del diverso, il terrore delle banlieu – rappresenta uno specchietto per le allodole a uso e misura dei media benpensanti, quelli abituati a cavalcare i grandi temi perdendo di vista l’aspetto pregnante delle scelte elettorali: le condizioni di vita medie delle classi sociali maggiormente esposte alla crisi.

E’ nei quartieri popolari, fra gli operai, fra le persone meno colte che Le Pen ha raccolto consensi. Il che, lungi dall’essere un’offesa, è uno straordinario merito elettorale, perché ha offerto ad una società piena di domande risposte ritenute lucide e coerenti, come prima di lei aveva fatto Tsipras dalle parti di Atene.

Noi possiamo anche dire che queste risposte sono profondamente sbagliate, io personalmente le ritengo disastrose, ma ciò non cambia di una virgola il quadro emerso sotto la Torre Eiffel: oggi in Francia ha stravinto l’estrema destra, un altro segnale pessimo per il futuro della comunità europea.

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