L’impero rinato: Putin è il nuovo Cesare?

Il 26 dicembre del 1991 l’Unione Sovietica si dissolse in quindici Stati. Ma è davvero tramontato quel modello politico?

Venticinque anni fa l’Unione Sovietica si scioglieva come neve al sole. La bandiera con la falce e il martello veniva ammainata, sostituita da un drappo con tre strisce orizzontali sovrapposte, una bianca, una blu e una rossa. Erano gli albori della federazione russa, una realtà che avrebbe dovuto esercitare la propria leadership per disinnescare la minaccia della guerra fredda, dando così piena sostanza al principio della distensione (fu in quell’occasione che Fukuyama predisse infelicemente la “fine della storia”).

Un quarto di secolo dopo, Mosca guarda al contesto internazionale con rinnovata fiducia, come un’araba fenice risorta dalle proprie ceneri imperiali. La leadership politica del paese è saldamente nelle mani di Vladimir Putin, tattico e stratega d’alto profilo, capace d’incunearsi nei vuoti di potere lasciati dalla superpotenza americana (thank you Mr. Obama) per rivendicare margini di manovra da pari grado.

Limiti e risposte

Eppure la Russia, oggi come allora, ha un indice di crescita assai modesto, i salari restano bassi e la fiducia in un domani prospero non è certamente un caposaldo dell’ordine politico. Di più: gli oligarchi detengono ancora prestigio e potere, mentre l’aspettativa di vita è relativamente bassa. Perché, allora, Putin regge le redini dello Stato? Com’è riuscito questo ex effettivo della Stasi – l’uomo dalle dodici pallottole – ad accaparrarsi le simpatie di una popolazione che amministra con piglio autoritario?

Il New York Times ha offerto una possibile risposta: secondo il giornale liberal d’oltreoceano, Putin ha saputo anticipare i tempi e ha capito l’importanza del fattore geopolitico rispetto al mero dato economico, almeno di là dalla vecchia cortina di ferro. I russi, affetti da una grandeur che credevano di aver sacrificato sull’altare dell’economia di mercato, hanno ritrovato nel presidente eletto un comandante in capo di primo piano, un autentico zar in grado di far valere il peso diplomatico del proprio paese.


Boots on the Ground

La Russia è tornata al tavolo dei grandi e lo ha fatto riscoprendo le sue origini ortodosse,  le sue tradizioni secolari, giustificando concettualmente il proprio approccio muscolare e proiettandosi in una stagione interventista.

In Siria come in Cecenia, Mosca rivendica oggi – financo mediaticamente – la centralità del proprio impegno nella lotta al terrorismo islamico. In Ucraina come in Georgia la Russia può, non senza ragioni, spacciare la propria egemonia come “autodeterminazione dei popoli”. Perfino nel Vecchio Continente il Cremlino incassa il sostegno di quei partiti nazionalisti che guardano con cinica nostalgia ai fasti del Novecento, quando Parigi, Roma e Berlino erano il centro nevralgico del sistema internazionale e non l’appendice periferica di una società globalizzata. Si badi: non ci sono soltanto Marine Le Pen o Matteo Salvini, la cui credibilità è frutto e non causa della crisi economica del 2008. Ci sono i Fillon, i Berlusconi, i Corbyn e gli ex schröederiani, uomini e donne che hanno fatto slittare a Oriente l’asse politico internazionale della famiglia popolare europea e di quella socialdemocratica.

La fine dell’URSS non era un evento ma un processo, proprio come la ridefinizione dei rapporti su scala mondiale porta a riconoscere, nel presente, la forza contrattuale riacquista dal blocco moscovita. Putin ha estinto l’ipoteca ideologica, ma sullo sfondo si vedono ancora i limiti di un paese ingessato.

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Una risposta a “L’impero rinato: Putin è il nuovo Cesare?”

  1. Non c’è soltanto il fattore geopolitico. La Russia sta interpretando una politica di potenza alla vecchia maniera ma i problemi militari della sua presenza all’estero ben presto emergeranno. È vero che Putin ha saputo accantonare l’importanza dell’economia…FINORA! Quando anche all’estero la situazione si metterà male vedremo quanto sarà veramente forte la sua presa! E comunque affidarsi a Trump sarebbe un errore: il fatto che sia anomalo non fa del presidente Usa un alleato valido

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